L'età più bella




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Avevo già affrontato i temi Epilessia e disagio giovanile. Nel 2004, mentre mi dividevo tra gli esami per la biennalizzazione in filologia romanza all'università e i preparativi per il mio matrimonio, aveva visto la luce Sulle scale, il mio primo romanzo, pubblicato per conto di AICE (Associazione Italiana contro le Epilessie) e presentato per la prima volta nel settembre di quell'anno nel corso di un Convegno di epilettologia all'Università degli Studi di Milano.
Quel volume, uscito con la meravigliosa prefazione di Ezio Raimondi, italianista membro dell'Accademia dei Lincei, e corredato di un'accurata postfazione medica firmata da Emilio Perucca e Giovanni Battista Pesce (rispettivamente, a quel tempo, Presidente LICE e Segretario Nazionale AICE), era un primo tentativo di mettere nero su bianco la vita e le difficoltà di una persona che si trova a combattere contro una patologia in qualche modo invalidante.
Essendo stato scritto con uno scopo preciso (aiutare i pazienti e le loro famiglie), il testo conservava però delle piccole mancanze e metteva in luce essenzialmente il percorso clinico del malato.
La decisione di usare quindi Sulle scale come genesi dalla quale partire è stato un qualcosa di naturale.
La mia volontà era quella di trasformare quel piccolo seme in un romanzo vero e proprio, ampliando i temi trattati e fornendo al lettore una visione totale dell'universo della protagonista: non più solo la scoperta dell'epilessia in età adolescenziale, ma una fotografia d'insieme del mondo giovanile, con i suoi piccoli-grandi problemi, la musica, la scuola, l'amicizia e l'amore.
Non un trattato, non un'istantanea di quadro clinico.
Un romanzo.
Un vero romanzo.
Così è nata L'età più bella. Dal desiderio di dare voce a quei ragazzi che voce non hanno, che colorano le pagine del loro diario di scuola con fiorellini spensierati ai quali magari non credono neppure.

Ma veramente l'adolescenza è l'età più bella?
Giro a voi la domanda.
Cosa ne pensate? Tornereste indietro per riviverla?

  
LA PAROLA ALL'ESPERTO
(dalla prefazione de L'età più bella)
 

Le esperienze di Caterina mettono a nudo i risvolti negativi dell’epilessia, una malattia al cui riconoscimento si può giungere dopo periodi prolungati di sofferenze e che, una volta diagnosticata, ancor oggi è vissuta da chi ne è affetto come un ostacolo allo svolgimento di una normale vita di relazione.
Coloro che giungono a contatto con chi soffre di epilessia si dimostrano spesso inadeguati a gestire la malattia.
I medici difettano nella comunicazione e, paradossalmente, contribuiscono a conferire alla malattia quell’alone di mistero che ancora la circonda. Gli insegnanti dimostrano di non saper comprendere i disagi manifestati dai propri studenti e le ripercussioni che questi hanno sul rendimento scolastico.
Persino i genitori manifestano la propria inadeguatezza nella gestione della malattia all’interno del nucleo familiare.
La causa principale del disagio prodotto dall’epilessia è però, come dice Caterina, il malato stesso che, con le sue reazioni, seguita a legare il suo nome alla malattia.

Solo recidendo questo "filo nero" sarà possibile vedere nella persona con epilessia un individuo uguale a noi e, come tale, meritevole di godere delle gioie della vita quotidiana.
 



Dr Ettore Beghi

Capo Laboratorio Malattie Neurologiche
Istituto "Mario Negri" di Milano
Past President LICE
(Lega Italiana Contro l'Epilessia)
 
 


 
QUALCHE ESTRATTO
 
 
INCIPIT
 

Ce ne stavamo sedute sul pavimento della palestra della scuola, a gambe incrociate, ammassate in disordinati gruppetti. Il professore di ginnastica stava spiegando le regole del gioco dell’hockey, ma quel giorno avevamo ben altro a cui prestare attenzione. Livia era appena tornata a scuola dopo una sospensione di due giorni: aveva rubato una delle grandi lampade cinesi che pendevano dal terrazzino del ristorante vicino al liceo, l’aveva portata in aula, pavoneggiandosi come un’idiota. E i professori avevano preso provvedimenti.
Adesso era nuovamente tra noi, e già teneva banco. Ci stava raccontando di aver incrociato nei bagni Federica, la ex del bello della classe. Aspettava il risultato del test di gravidanza.
"È in quarta ginnasio. Non ha nemmeno quindici anni!" intervenne scandalizzata Viviana. "Sarebbe assurdo."
"Di assurdo c’è solo il fatto che Alessandro sia andato a letto con lei" appuntò Livia, pettinandosi i capelli con le mani. Li raccolse in due trecce, bloccandole con elastici verdi. "E, comunque, il fatto resta: potrebbe essere incinta."
"Oh, finiscila" la liquidò Serena. "Non sai nemmeno come sia fatto, un test di gravidanza!"
Io disegnavo cuoricini sullo strato di polvere che ricopriva il pavimento, e cercavo di tendere i muscoli delle gambe. Quella notte non avevo dormito bene. Un incubo, probabilmente. Dovevo essermi agitata parecchio perché, al risveglio, le coperte aggrovigliate sbordavano dal letto. Non era la prima volta.
"Il primo presocratico?" si intromise sottovoce Elisabetta, consultando il foglietto ripiegato che aveva estratto dalla tasca. La domanda mise fine ai pettegolezzi. Livia non aveva mai costituito una fonte attendibile e, a parte ogni altra considerazione, avevamo nove mesi di tempo per accertarci della verità.


LA GLAUCOPIDE
"CAPO" DELLA SQUADRA MEDICA

"Non certo una Lorelei. Una Brunilde, piuttosto.
Alta, massiccia come una matrona wagneriana, bionda come una saga nordica, fredda come una gelata d’autunno. I tratti del volto, duri e belli. Gli zigomi affilati come rasoi. Lo sguardo idrangirio. La voce forte e sicura, sbrigativa. L’aria di essere una persona tutta d’un pezzo.
Se l’avessi incontrata in un’altra occasione, quasi certamente mi sarebbe piaciuta."



CATERINA E L'AMORE
 
"Tu credi nell'amore, Caterina?" mi domandò.
Amore.
Il mio unico orizzonte degno di nota era costituito da Maurizio. La sua smania di possesso, la sua gelosia, le litigate infinite, le parole pesanti, i ceffoni in piena guancia, le dita strette sul mio braccio e la voce alterata, sfibrata. C'erano stati anche momenti felici, naturalmente. Ma non volevo ricordarli.
Tu credi nell'amore, Caterina?
L'amore non esiste, è un oggetto prestato. Prima o poi, la persona che te lo ha dato lo rivuole indietro. Con gli interessi. Col tasso di usura.
"Sì" risposì. Feci cenno di sì con la testa. Era quello che voleva, dopotutto. Vedermi assentire davanti a una questione simile. Credevo nell'amore. Che carina.
"Però, non sei innamorata."
"No."
L'amore è uno yogurt con la data di scadenza sempre troppo vicina.


LO SVENIMENTO

Non c’era niente. Io non avevo niente.
“Perché mi tengono ancora qui?” chiedevo quotidianamente.
Quella volta, però, conoscevo la risposta. Mi tenevano ancora lì perché un pomeriggio ero caduta a terra lunga e distesa, picchiando nuovamente la testa e svirgolando gli occhiali. Con me c’era Maurizio. Stavamo chiacchierando nella sala d’aspetto fuori del reparto. Eravamo in piedi uno di fronte all’altra.
“Hai l’aria stanca” diceva.
“Sono stanca.”
“Quando esci?”
“Non esco.”
Mi aveva abbracciata. All’improvviso, la sua figura era diventata altissima.



LA DEGENZA/1

 
"L’inferno esiste.
Sapevo che sarebbe tornato spesso nei miei incubi, e sapevo anche che questi sarebbero sempre stati bianchi, un bianco diverso da quello reale. Il bianco della perdizione, di un riscatto che non è dato.
Non si può salire e arrampicarsi su Lucifero, perché laggiù Lucifero non c’è. C’è solo una porta, che nei sogni è blindata, chiusa con quattordici catenacci e perni che si incuneano nel soffitto e nel pavimento.
Esiste solo una direzione. All’inferno puoi solo entrare. Una volta lì, vedi che davanti a te c’è un lunghissimo corridoio, con corrimani imbottiti a destra e a sinistra. Gialli.
Non c’è né fiamma eterna, né ghiaccio, né vento.
C’è solo la bianca consapevolezza che non uscirai mai più.

Una persona legge Dante e Milton e si immagina l’inferno in un certo modo. Poi arriva qui, e si rende conto che quello che gli hanno raccontato erano solo fantasie litografiche di un Dorè ispirato.
Ti aspetti chissà cosa. Cani a tre teste, custodi che ti avvolgono con la coda, fiumi da attraversare, anime nude e prave, e poi fiamme, vento, ghiaccio, tombe. Sei preparato a questo da che frequentavi il catechismo.
Invece. Sei sotto terra, ma non al centro. C’è un caldo sopportabile, la tua pelle non brucia. Nessuno ti frusta o ferisce con le unghie. Ti aspettavi un inferno rosso e nero. Non bianco come la neve più pura.
Se tu fossi libero, questo corridoio assomiglierebbe a qualcosa che conduce in paradiso.
Ma il paradiso non c’è. Questo è l’inferno. Sei qui, lo puoi guardare, puoi anche toccarlo. Puoi prenderti tutto il tempo che vuoi. Tanto, l’eternità è lunga."

EPILESSIA O MALATTIA PSICHIATRICA?

"Umiliazione. Vergogna. Ecco il mio stato d’animo.
Un’adolescente disastrata votata al crollo.
na pazza con la camicia di forza, destinata ad essere internata da qualche parte. Bertha Mason segregata a Thornfield Hall.
Avevo sedici anni.
Cos’altro potevo pensare?
Solo che dovevo uscirne, in un modo o nell’altro.
Quando una nave sta affondando, bisogna seguire i topi.
Loro sanno sempre quale strada prendere, per salvarsi.
Questo insegnavano i film.
Ma fuori c’è sempre e comunque il mare.
Dov’era la salvezza dei ratti?"



LA DEGENZA /2


"Era in quei momenti, soprattutto, che tornava la paura, quella radicata nell’inconscio, quella che non ha nome e non può nemmeno essere espressa a parole, nera e viscida di lacrime e sudore freddo.
Rivivevo le esperienze della giornata, i luoghi che avevo visto, i volti che avevano scrutato il mio. E poi, ancora, corridoi e stanze e dottori, io seduta davanti a loro con le mani intrecciate e lo sguardo fisso alla scrivania, le loro domande continue con voce monotona e pacata come quella di un inquisitore gentile, le loro sterili indagini, la loro voglia di strapparmi dai denti un segreto che nemmeno io conoscevo."



RICORDI INDELEBILI
 
"Il passato non sarebbe stato cancellato, e io non desideravo nemmeno che questo accadesse. Cancellare sarebbe stato come non aver vissuto."



PAURA?
 
“Ma tu non hai mai paura di niente?” mi sentivo chiedere.
Paura. Sempre quella parola. Tanto estranea, per me, se legata all’epilessia. “Non ti lamenti mai. Perché?”
Forse perchè un tempo non avevo fatto altro. Forse perché ora non avevo niente di cui lamentarmi.
Avevo imparato che le lacrime non vedono mai niente, e sentivo la necessità di rifarmi su quella Caterina petulante, distante, egoista e sbiadita, sempre pronta ad accusare l’ingiustizia della sorte e mai se stessa, ancorata al suo rosario di piagnistei, inchiodata al passato, sbagliata come una fotografia sopraesposta.




"La realtà è che ci si sente normali. Ma non sempre.
La realtà è che spesso tutto va bene. Ma non sempre.
Può essere a causa di una patologia, di una disposizione d’animo, o semplicemente di un malessere passeggero.
A te che stai leggendo vorrei dire anche: non c’è nessun fantasma che non venga prima o poi chiamato col proprio nome e quindi sconfitto. Anzi, vorrei dirti che proprio non c’è nessun... fantasma. C’è la persona -tu-, e non sei un’unità solitaria nello spazio cosmico.
Le persone sono sempre un lieto fine.
Tutti abbiamo il nostro personale Calvario da attraversare. Uscire e camminare per il purgatorio, credimi, non è facile. Ma fattibile.
Niente rappresenta davvero un ostacolo insormontabile.
Dopotutto, si può sempre volare. Come un’aquila o come una farfalla.
L’importante è volare.
Sempre."

(dai ringraziamenti de L'età più bella)
 


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