Il mondo di Rya



(booktrailer realizzato da Fabiola Danese)


Pensate se il mondo in cui avete vissuto finora non esistesse più. O, peggio, non fosse mai esistito.

Mettetevi nei panni di una donna, di una ragazza, che per tutta la vita ha avuto tutto e anche di più, una ragazza che ha vissuto nei fasti di una corte sfarzosa. Ad un tratto, quella stessa ragazza si risveglia infangata, con mezzo corpo immerso ancora in un ruscello gelido, bagnata di una pioggia sferzante. Intorno, una sorta di palude, ma è ancora buio, quindi non riesce a distinguere granchè. Più in là, però, c’è quella che sembra una scura foresta.

Sopra di voi, un volto. Prima del volto (avete ancora gli occhi chiusi) un odore. È tanto vicino che supera quello palustre della melma e del fango. È un odore ovviamente spiacevole, un insieme di corpo non lavato, cavallo, sudore.

Poi, un volto. Un uomo. Che vi guarda e non sa decidere se lasciarvi lì o portarvi con sé. Voi non sapete se la salvezza sia essere lasciati lì o seguire quell’uomo.

Ecco. Benvenuti nel mondo di Rya.

 
 
Sinossi:

Su Rya, giovanissima principessa di Temarin, si fondano le speranze dell’ambiziosa famiglia Niva, che si è appena servita di lei per concludere un insperato matrimonio d’affari.
Le aspettative, però, sembrano vanificarsi quando la ragazza scompare misteriosamente da palazzo. Quasi contemporaneamente, fuori dalle mura della città viene ritrovato un cadavere che reca su di sé un messaggio inequivocabile, indirizzato a Blodric, re di Idrethia e potentissimo marito di Rya…

Storia di genere fantastico, narrata in prima persona, racconta la corsa della protagonista verso il futuro, l’indipendenza e l’amore.
Ma è anche la storia di una famiglia, una banale tragedia distribuita su generazioni che hanno tentato di indorarla. È la storia, infine, di una spaccatura, di tutte le cose che non sono mai state dette.
Quella che all’inizio può apparire solo come una favola, si colora via via di tinte più fosche. E l’ingenua protagonista, cresciuta in un mondo dorato, si troverà ad affrontare scelte di vita e difficoltà nelle quali ogni donna saprà riconoscersi.
È una discesa, letteralmente, dalle stelle alle stalle.
È la risposta alle eterne domande: che fare? Chi essere?
Chi amare?
 
 
UNO SGUARDO ALL'INTERNO
 
 
Incipit:
 
(Alsisia dice sempre che, in un mondo dove sono gli altri a decidere per noi, è ben raro che ci sia concesso il lusso di sbagliare. È indicativamente vero. Se non altro, è stato vero per lei.
Vorrei aggiungere: gli altri possono anche decidere per noi, ma non manovrano del tutto le nostre esistenze. E questo è stato vero per me.
Credo che, a condurmi qui, sia stata la mia incapacità di lasciare che il destino seguisse una strada già tracciata in precedenza. Il lusso di sbagliare mi è stato concesso. Diciamo pure che me lo sono accaparrato a viva forza, e non senza danno. Più volte. A differenza di Alsisia che, in vita sua, ha commesso un solo errore. Ma è stato sufficiente.
Eppure, non prova rimorso. Non è toccata dal senso di colpa. La sua coscienza è pulita. Me lo ha ripetuto talmente tante volte che ho finito per crederle. Niente la tormenta e, di notte, dorme tranquilla, conscia del fatto che, comunque vada, le cose si risolveranno per il meglio.
Perfino in questo momento! È certa che, forse già stasera, lei e suo marito Strevj potranno ritrovarsi, sedersi davanti al fuoco e ridere di tutto questo.
Vorrei avere la sua sicurezza. Per tutta la vita non ho desiderato che di assomigliarle in tutto.
Ma siamo diverse. Indiscutibilmente diverse. E questo ha segnato le nostre vite.)
 
All’inizio di tutto, c’è un uomo. C’è sempre un uomo.
Nemi si faceva largo tra gli arbusti, procedendo sul terreno sconnesso e limaccioso. L’acquazzone lo costringeva ad avanzare a testa china, col vento che gli sferzava il volto e rendeva le gocce di pioggia pungenti come spine.
Nonostante tutto, le sue labbra accennavano a tratti un sorriso.
Tornava a casa.
La ragazza lo seguiva inerme, lasciandosi guidare. Era scalza e barcollava. Già due volte, inciampando, era caduta a terra. In entrambe le occasioni, era rimasta lì, immobile, nel fango. Ora Nemi la trascinava dietro di sé tenendola saldamente per il polso, strattonandola di tanto in tanto.
"Siamo quasi arrivati!" le gridò, sfidando l'ululato del vento. "Ancora un piccolo sforzo."
Lei rimase in silenzio.
Lei ero io.
 
 

RYA NIVA DI TEMARIN:
 
"Ero stata una nullità per anni. Nessuno sembrava curarsi di me, a parte mia sorella e le governanti. Le principesse bambine devono essere buone e obbedienti, silenziose. Soprattutto: invisibili agli occhi dei genitori. Qualità, questa, che avevo appreso in abbondanza.

Nostro padre sperava in un figlio maschio. Invece, dopo che la mamma ebbe avuto Alsisia, non riuscì più a portare a termine le gravidanze. Il regno aveva ormai perso ogni speranza. Fino al giorno in cui, inaspettatamente, rimase di nuovo incinta.
I medici la costrinsero a letto, e lei trascorse i mesi in una stanza in penombra, assistita dalle levatrici e dai dottori.
Alla fine, nacqui io. Temarin aveva già predisposto i festeggiamenti. Il re era felicissimo, finché non scoprì che l’erede tanto atteso era sano, forte. Ma femmina.
Una seconda femmina.
Un fallimento, insomma. I figli maschi sono un dono. Le figlie, al massimo, una proprietà da giocare al momento opportuno."

 
 
LA FORESTA DI MEJIXANA:
“Sai dove ti trovi, piccola?”
“Sì.” Che domanda stupida. Certo che lo sapevo. Lo sapevo da che avevo aperto gli occhi e avevo visto il volto rugoso di Marita. Lo sapevo da che avevo spiato oltre gli scuri e non avevo visto che alberi, animali, baracche devastate dalle piogge. Le casupole fatiscenti conservavano un’aria provvisoria e alcune erano puntellate. Scuri sgangherati le mantenevano in una costante penombra. In lontananza, quando tutti i rumori del Villaggio si attutivano, distinguevo lo scorrere del fiume.
Era fin troppo chiaro dove mi trovassi.
Mejixana era una sorta di terra di nessuno. Un caso più unico che raro. Una foresta al cui centro era sorto uno sparuto villaggio, nient’altro. Importanza strategica: nulla. Quella gente era stata ignorata per talmente tanto tempo che era riuscita a volgere questa situazione a proprio favore: non serviva nessun padrone, non aveva un sovrano davanti al quale inginocchiarsi, non si riconosceva in nessun governo. Nemmeno in quello di Temarin, regno dal quale era separata soltanto dal fiume.
Parliamoci chiaro: anche qualora avesse voluto, cosa avrebbe avuto da guadagnare Temarin annettendo Mejixana ai propri possedimenti? Legno e ghiande?
Ribelli. Così venivano chiamati gli abitanti del luogo.
Circolavano delle voci sul loro conto, naturalmente. Ciò che non si conosce, dopotutto, incute sempre timore. Avevo sentito parlare di selvagge scorrerie, anche se né io né Alsisia ne avevamo mai avuto esperienza diretta. Avevo sentito qualcuno definire quegli uomini pericolosa marmaglia.
Adesso, mi trovavo in mezzo a loro. Dalle cintole pendevano pugnali, certo, ma questo non significava granché. Anche a Temarin gli uomini andavano in giro armati. Si trattava più che altro di prudenza. E di stile. Il mio pugnale è più bello del tuo. Questi intarsi li ha creati il tale. Questa pietra l’ha cesellata il tal altro.
Ero confusa, non sapevo cosa pensare, a cosa credere.
(…)
All’inizio, avevo pensato che avrei alimentato un focolaio di curiosità; che non sarei riuscita a muovere un passo all’aperto senza scontrarmi con gruppi di persone curiose pronte a sbarrarmi il passo e a osservarmi come se fossi una bestia rara. Invece, gli abitanti del Villaggio - eccetto naturalmente Marita, Isan e Nemi - non mostravano un vero interesse nei miei confronti. Forse, erano abituati a raccogliere relitti umani, a dar loro rifugio per un po’ e poi, indistintamente, vederli andare via o rimanere. Non costituivo una novità degna di nota.
Ero uno dei tanti detriti che il fiume aveva restituito.
Fuori, il clima gelido mi fece starnutire. L’inverno galoppava, e io mi guardai attorno.
Esisteva un altro paesaggio, pensai. Un paesaggio diverso da quello di Temarin. Non c’erano qui vie ciottolate, stalle piene di servi e cavalli di razza. Non c’erano botteghe né commercianti. Il Villaggio bastava a se stesso. Alle mie spalle, un piccolo campo coltivato era recintato da una palizzata per impedire che gli animali lo invadessero. Dietro le capanne che ancora presentavano i segni della devastazione delle piogge, i maiali grufolavano in uno sporco recinto. Oltre lo spiazzo e le rustiche abitazioni, la foresta di frassini e farnie si estendeva selvaggia, come labili mura difensive.
Qui non c’erano cespugli di rose che aspettavano la primavera per germogliare e rinascere. Solo ramolacci e cespugli di malva e felci. Era un mondo di facce sporche e piedi sudici, nel quale nessuno si soffermava a contare le stelle del cielo né si domandava quante diverse tonalità di colore fossero racchiuse nel petalo di un fiore. Un mondo senza purezza e bellezza.
Ora lo sapevo, Alsisia lo avrebbe odiato.
Al Villaggio, i ragazzini giocavano tra loro, maschi e femmine indistintamente, oppure trascorrevano il tempo in compagnia dei genitori. Io non riuscivo nemmeno ad immaginare come dovesse essere trascorrere una serata col proprio padre. Intendo: solo col proprio padre, senza altra gente intorno che si contendesse la sua attenzione o cercasse in ogni modo di risultare interessante.
Le madri sgridavano i figli, a volte perfino li sculacciavano. Un attimo dopo, però, capitava di vederli abbracciati a scherzare e ridere. Gli uomini si caricavano sulle spalle i bambini più piccoli e li portavano in giro come se fossero fascine.
L’idea che mio padre potesse prendermi in braccio era semplicemente ridicola, e totalmente assurda era quella che mia madre potesse arrivare a percuotermi una guancia con uno schiaffo, per quanto piccolo.
Guardavo Mejixana con occhi spalancati: un universo nel quale le persone non si muovevano come ombre rarefatte, ma dove uomini e donne potevano passare del tempo insieme senza che nessuno vedesse in questo niente di sconveniente. Un mondo dove ci si poteva abbracciare senza il terrore di sgualcire il vestito.
 
 
TEMARIN

(Oggi la città di Temarin è ormai in rovina. Un tempo, il castello la dominava. Alto, presidiato da guardie armate. Sicuro. Tutto, a Temarin, era sicurezza, amabilità e gentilezza. Nei giorni di festa, le fiaccole splendevano fino a tarda notte, e per le vie c’erano canti e sagre. I carretti procedevano lenti, nel timore di schiacciare la folla accalcata che inneggiava alla regina. E lei compariva, compariva sempre, sorridendo e salutando con la mano. Venivano gettati fiori al suo passaggio, e il suo nome si levava alto. Gridavano tutti, esultanti. Gridavo anch’io. Esultavo anch’io per lei. La nostra sovrana, la stella che rischiarava le tenebre. Ora tutto questo è svanito, e il castello è deserto, colonia di corvi e tordi. Tana di vipere e cani randagi. Ancora oggi, di notte, quando non riesco a dormire, mi scopro con l’orecchio teso, come se da un momento all’altro io possa tornare a udire il chiacchiericcio della città o lo sferragliare dei carri. Ma mi arriva solo il bubolare dei gufi.
Eppure, so che il castello è lì, lugubre sentinella, tetro e desolato, con le ortiche e le felci che invadono stanze dai soffitti crollati. Sui muri cresce indisturbata la borraccina e, tra una pietra e l’altra, si affacciano mazzetti di adonidi rossi. Niente a che vedere con quello che era stato un tempo. Sfarzo e luci. Fiori ed erbe aromatiche. Ora tutto è finito e l’aria che vi si respira è malsana. Se chiudo gli occhi, riesco a vedere la sua ombra massiccia e allungata, ma la mia mente la deforma. La rende simile a mani tese pronte ad afferrare gli incauti viandanti. La sua sagoma è nera, indistinta da una notte senza luna o dalle profondità del mare. Nera come un presagio che nessuno di noi ha mai voluto cogliere.)
 



NEMI - IL CAPO DEI RIBELLI DI MEJIXANA

 Pur avendolo visto solo da lontano, avevo capito subito che fosse lui l’uomo chiamato Nemi: quando compariva, i ragazzi gli si stringevano intorno, creavano capannelli, lo consultavano riguardo a ogni cosa. Lui parlava poco, osservava tutto, aveva sempre atteggiamenti spicci, quasi scostanti.
Eppure, l’intera Mejixana gli si rivolgeva con rispetto. Non solo, c’era dell’altro: sguardi strani. Sembrava gratitudine. O amore.
Ritenevo incredibile che esistesse gente disposta a riservare lealtà e devozione a qualcuno che non fosse un sovrano. Mi appariva come un’inutile perdita di tempo e energie.
Se proprio quelle persone desideravano rivolgere il proprio amore a qualcuno, perché non prendevano in considerazione qualcosa di meglio? Non avrebbero dovuto nemmeno guardare troppo distante. A Temarin brillava la stella imperitura della regina, dopotutto.
Come potevano preferire Nemi a lei?

(…)

Tanto per restare in tema di animali: Nemi mi osservava come se fossi una bestia al mercato.
Non avrebbe saputo attribuirmi un’età. Ero giovane, comunque. Molto giovane. Troppo.
Avrei voluto rimpicciolirmi tanto da sparire. Davanti a lui, ero ancora più in imbarazzo di quanto non fossi stata all’inizio con Isan Vaillard.
Era una persona rozza, grossolana e sporca. La barba non era lunga, ma sciattamente incolta. I capelli arrivavano fino a metà schiena e un nastrino rosso li teneva legati. Possedeva uno sguardo sgradevole e penetrante. Gli occhi, piccoli e dagli angoli volti all’ingiù, erano sormontati da alte e folte sopracciglia scure. Le iridi sfumavano tra il giallo e il verde, e spiccavano creando un forte contrasto con la pelle bronzea.
La camicia a maniche lunghe lasciava appena scoperti i polsi. Erano solcati da due cicatrici, vecchie forse di qualche anno: grossi braccialetti nerastri che gli incidevano la pelle. Il segno lasciato da catene. Non era precisamente un buon inizio.

 

LA REGINA ALSISIA NIVA DI TEMARIN


Mia sorella. La mia meravigliosa sorella. Era perfetta in tutto. Chiunque la incontrasse, se ne lasciava conquistare. Ispirava fiducia e c’era ben poco che non sapesse fare bene e meglio di chiunque altro. Parlare in pubblico, forse… Ma, comunque, nessuno ha mai visto questo come una debolezza. Anzi.
Non sono mai stata ipocrita. Non lo sono oggi e non lo ero a quel tempo. Sapevo che non sarei mai riuscita a reggere il suo confronto. Quando però vedevo i suoi occhi illuminarsi nel guardare con adorazione il marito, mi rallegravo. Almeno, possedevo maggior buonsenso di lei. Di questo mi sono sempre vantata. È un dato di fatto.
Inoltre, altro punto a mio favore, avevo contratto nozze migliori delle sue.

 


ALHER, IL FRATELLASTRO

“Fratellastro.” corresse subito l’altro, mentre stendeva la mano verso un albero. Appoggiata al tronco, aveva abbandonato la propria spada. Era sempre calmo. Tuttavia, le labbra sottili scoprirono per un istante i denti bianchi.
Ecco la somiglianza. Per quanto vaga, ora riuscivo a individuarla. Uguale era il taglio degli occhi, dagli angoli lievemente volti all’ingiù. Uguale era lo sguardo, quello degli uomini abituati a vivere una vita dura e a combattere per essa. Le iridi erano però di colore differente. Non c’era traccia del giallo felino del ribelle.
Erano azzurri, freddi come una giornata invernale.
Postura eretta e fiera. Superava in altezza Nemi ed era ben vestito. Folte sopracciglia chiare. Una profonda ruga gli incideva la fronte, e due più piccole contornavano i lati delle labbra. I capelli mossi, color dell’oro brunito, non arrivavano a sfiorargli le spalle.
Un bell’uomo. Tuttavia, provai per lui un’immediata repulsione. Quel sorriso sornione faceva di lui una persona dalla quale guardarsi. Non aveva forse lasciato morire i suoi uomini senza alzare un dito?
Potevo permettermi di scrutarlo bene perché, per quanto lo riguardava, Alher aveva già dimenticato la mia presenza. Dopotutto, io non ero nessuno.

(…)

“Quell’uomo è affar mio. Né vostro, né di nessun altro. Mio!” disse Nemi seccamente, ed ebbi l’impressione di non essere la prima persona a porgli obiezioni sul conto di Alher. “Adesso, recuperiamo il cavallo. Mio fratello ci aspetta.”
Ci aspetta? Alher schioccava le dita e Nemi era pronto a scodinzolargli dietro come un cane? Dopo quello che era accaduto? Lo cercai con lo sguardo. Osservava le cime degli alberi, col naso all’insù. Rilassato. Stava accarezzando la criniera di Susch e il cavallo, di solito tanto suscettibile, lasciava fare. Lo colpiva perfino sulla spalla col muso, come se avesse ritrovato un vecchio amico.
“Non…” Guardai nuovamente la spada che gli pendeva dal fianco. “Non ce ne andiamo?”
“No, gioia. Non ce ne andiamo.” Si premette la ferita al fianco sinistro, gli sfuggì un gemito.
“Ha tentato di uccidervi!”
“I suoi compagni hanno tentato di uccidermi. Lui è semplicemente rimasto a guardare.”

(…)

Avevo smesso di esistere. Non riuscivo a spiegarmi come potesse essere possibile, dopo quello che era successo, eppure desiderava essere lasciato solo con lui.
Il fratellastro. Lo avevo appena conosciuto, e già l’istinto mi spingeva ad augurargli tutto il male possibile. Quei suoi occhi che frugavano dappertutto, quei suoi capelli biondi come il velenoso aconito giallo.
Non mi fidavo di lui e non capivo perché Nemi la pensasse diversamente.
(Non lo ha mai capito nessuno: quando si tratta di Alher, Nemi dà costantemente prova di cecità.)

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